Ogni volta che mi arriva un sito da sistemare faccio lo stesso giro di controlli, e ogni volta trovo le stesse cinque cose. Non parlo di dettagli tecnici da addetti ai lavori: parlo di problemi che costano contatti veri, e che il proprietario del sito quasi sempre non sa di avere.
Alcuni li ho trovati anche sul mio, di sito. Uno l’ho scoperto nel modo peggiore, provando a compilare il mio stesso modulo dei contatti in una finestra anonima; un altro, della stessa famiglia, l’ho trovato all’inizio di ottobre. Li racconto lo stesso, perché una lista di errori scritta da chi non ci è mai caduto è una lista di teoria.
In fondo trovi una lista di controllo da dieci minuti per verificarli tu sul tuo sito, senza strumenti a pagamento e senza chiamare nessuno.
Errore 1 — Una pagina sola che prova a rispondere a quattro domande diverse
È quello che trovo più spesso, e uno dei più costosi.
Il sito ha una pagina «Servizi» dentro cui stanno, uno sotto l’altro, quattro o cinque paragrafi: siti web, grafica, social, stampa. Sembra ordinato. Dal punto di vista di chi cerca, però, quella pagina non risponde a nessuna delle quattro domande: le sfiora tutte.
Il ragionamento di Google è più semplice di quanto si creda: per rispondere a «restauro mobili antichi Cagliari» cerca una pagina che parli di restauro di mobili antichi. Non una pagina che ne parli per un quarto. Quando trova solo pagine generiche, mostra quella di qualcun altro che ha fatto la pagina dedicata — anche se lavora peggio di te.
Il rimedio è meno faticoso di quel che sembra: una pagina per ciascuna cosa che vendi davvero. Non dieci pagine per dieci sfumature dello stesso lavoro: una pagina per ogni servizio che un cliente cercherebbe con parole proprie.
Il modo per capire se è il tuo caso è brutale e funziona: prendi i tuoi tre servizi principali e prova a indicare l’indirizzo della pagina di ognuno. Se per due su tre devi rispondere «sta dentro la pagina servizi», l’errore ce l’hai.
Errore 2 — Il modulo di contatto non recapita niente (e questo l’ho scoperto sul mio sito)
Questo è il più subdolo, perché non produce nessun sintomo. Il sito funziona, le visite arrivano, semplicemente non arriva nessuna richiesta — e la conclusione naturale è «il sito non porta clienti».
A giugno ho rifatto il mio sito e, per abitudine più che per sospetto, ho provato a compilare il mio modulo dei contatti in una finestra anonima. Non partiva. Non dava errore: sembrava inviare e non arrivava niente.
La causa era una catena di cose che nessuno avrebbe indovinato guardando il sito. Il sistema di protezione dell’hosting escludeva dalla cache tutti gli indirizzi che cominciavano per «contatti» — e una pagina servita dalla cache non riceve il cookie che quel sistema usa per riconoscere i visitatori. Risultato: per un visitatore nuovo, cioè per chiunque non fosse già stato sul sito, il modulo non si inviava. Per me, che avevo il cookie da settimane, funzionava perfettamente.
Ci sono voluti due pomeriggi per venirne a capo. Ma la lezione che porto ai clienti l’ho imparata in cinque minuti:
Il modulo di contatto va provato in finestra anonima, da telefono, almeno una volta ogni tre mesi. Non da te loggato, non con Ctrl+F5: da estraneo.
All’inizio di ottobre, rifacendo lo stesso giro da estraneo, mi è successo di nuovo in un’altra forma: da telefono, il menu del mio sito non si apriva per chi rifiutava i cookie. Anche qui nessun errore visibile: il pulsante c’era e non faceva niente. La causa era un’ottimizzazione di velocità che carica gli script del sito uno dopo l’altro, in fila. Uno di questi, quello delle statistiche, giustamente restava fermo finché il visitatore non dava il consenso; e con lui si fermavano tutti quelli dopo, compreso quello del menu. Chi accettava i cookie non si accorgeva di niente. Chi li rifiutava trovava un sito che non si navigava.
Quindi la regola si allunga di una riga: la prova da estraneo va fatta due volte, una accettando i cookie e una rifiutandoli.
Ci sono almeno altri quattro modi in cui un modulo smette di funzionare senza dirlo: il plugin che si aggiorna e resetta l’indirizzo di destinazione; le email che finiscono nello spam del destinatario; il certificato di posta scaduto sull’hosting; l’indirizzo di ricezione che era del dipendente andato via due anni fa. Nessuno di questi si vede guardando il sito.
E già che ci sei: prova anche a chiamare il numero di telefono scritto sul sito. Ho trovato più di un numero sbagliato in vita mia, e nessuno se n’era accorto perché nessuno chiama la propria azienda.
Errore 3 — Il sito non è tuo, e lo scopri il giorno in cui vuoi cambiare
Questo non è un errore tecnico: è un problema di proprietà, ed è quello che ho visto produrre più danni.
Il dominio è intestato al fornitore. L’hosting sta dentro il suo account rivenditore. Le licenze dei plugin a pagamento sono a suo nome. Finché il rapporto va bene, non esiste. Il giorno in cui vuoi cambiare — o in cui il fornitore cambia mestiere, o smette di rispondere — scopri che il tuo sito non è tuo, e che per riaverlo devi trattare.
Non è quasi mai malafede. Nella maggior parte dei casi nasce da comodità: è più veloce registrare tutto sul proprio account che far aprire tre account al cliente. Ma il risultato è lo stesso.
Le domande da fare, e che vanno fatte prima di firmare:
- A nome di chi viene intestato il dominio? (Risposta giusta: al tuo, con il tuo indirizzo email.)
- L’hosting è un contratto tuo o uno spazio dentro un account del fornitore?
- Le licenze di temi e plugin a pagamento a chi sono intestate, e cosa succede alla scadenza se cambio fornitore?
- Alla consegna ricevo l’accesso da amministratore al sito, o un accesso limitato?
Se sei già in questa situazione, la buona notizia è che il dominio si può quasi sempre trasferire, e che testi, immagini e dati che hai fornito tu restano tuoi. La cattiva è che richiede la collaborazione di qualcuno che in quel momento non ha nessun motivo per collaborare.
Errore 4 — Il sito parla di sé, non risponde a chi legge
Apri la home e leggi: «Da oltre vent’anni siamo leader nel settore, offriamo soluzioni innovative e personalizzate, mettendo il cliente al centro.»
Quel paragrafo si può copiare sul sito di un’impresa edile, di un’assicurazione o di un laboratorio di analisi senza cambiare una virgola. Se una frase funziona identica per tre aziende diverse, non sta dicendo niente di nessuna.
Il problema non è di stile, è di funzione. Chi arriva sul tuo sito ha in testa tre domande, sempre le stesse:
- Fai la cosa che mi serve?
- Quanto costa, almeno all’ingrosso?
- Perché dovrei fidarmi di te e non dell’altro?
Un sito che risponde a queste tre in cinquanta parole di solito batte un sito con duemila parole di presentazione. E quasi nessuno risponde alla seconda: le pagine che tacciono sul prezzo costringono a una telefonata solo per scoprire se siete nella stessa fascia, e molti quella telefonata non la fanno. Chiude la scheda e apre quella dopo.
C’è poi una ragione nuova, che fino a poco tempo fa non esisteva. Sempre più spesso la prima risposta non la dà un sito ma un’intelligenza artificiale: le panoramiche che Google mostra in cima ai risultati, gli assistenti come ChatGPT. Quelle risposte si costruiscono con ciò che trovano scritto in giro, sito compreso. Un testo che gira intorno alle cose non offre niente da riportare. Una pagina che risponde a domande precise, con frasi che stanno in piedi da sole, sì. Scrivere in modo chiaro non è più solo una questione di gusto: conta anche per essere citati.
Errore 5 — Nessuno ha mai guardato i dati
Ultimo, e forse il più diffuso: il sito è online da anni e nessuno sa cosa fa.
Non è collegato a Search Console. Nessuno sa per quali ricerche compare, in che posizione, quante volte viene mostrato. Quando chiedo «quali sono le parole con cui vi trovano?», la risposta è quasi sempre una supposizione, e spesso è sbagliata.
Search Console è gratuita, si collega in dieci minuti e i dati sono tuoi. Mostra quattro cose che valgono più di qualunque opinione:
- per quali ricerche compari;
- in che posizione media;
- quante volte vieni mostrato e quante volte ti cliccano;
- quali pagine funzionano e quali no.
Sul mio sito è stato leggendo questi numeri che ho capito la cosa più utile dell’anno. A settembre 2026 quasi otto volte su dieci comparivo su un computer, ma due clic su tre sono arrivati dal telefono: da telefono venivo cliccato più di sette volte più spesso. Chi mi sceglie, in altre parole, mi cerca dal telefono, e quella scoperta ha cambiato dove metto il lavoro.
Non l’avrei mai capito guardando il totale delle visite. Non l’avrei mai nemmeno sospettato senza i dati.
E c’è un corollario che vale la pena tenere a mente: le statistiche della scheda Google sono separate. Una telefonata partita dal profilo non compare da nessuna parte nei dati del sito. Chi guarda solo una delle due fonti rischia di arrivare a una conclusione sbagliata, in un verso o nell’altro.
Il sesto, che nessuno chiama errore
Ne aggiungo uno fuori lista, perché non produce perdite di contatti misurabili ma è quello che mi ha fatto più impressione trovare sul mio stesso sito.
Quando ho passato le pagine a un controllo automatico di accessibilità, è venuto fuori che nella fascia finale — testo bianco su fondo magenta, esteticamente il pezzo di cui ero più contento — il contrasto tra testo e sfondo era 3,53 a 1, e sulle scritte piccole 2,16 a 1. La soglia minima per un testo normale è 4,5 a 1.
Tradotto: una persona con una vista un po’ affaticata quella fascia faceva fatica a leggerla. Ed era proprio la fascia con la chiamata all’azione, cioè l’ultima cosa che il visitatore deve riuscire a leggere.
Non è un dettaglio da specialisti. In Italia i requisiti di accessibilità stanno diventando un obbligo per un numero crescente di attività, e a prescindere dalla norma il testo che non si legge non lo legge nessuno. L’ho sistemato scurendo il fondo di due tonalità: dieci minuti di lavoro per una cosa che sarebbe rimasta lì per anni.
La lista di controllo da dieci minuti
Fai questi otto controlli sul tuo sito, adesso. Non serve niente che tu non abbia già.
- Apri una finestra anonima e compila il tuo modulo di contatto con dati veri. È arrivata l’email? Nella posta in arrivo o nello spam?
- Apri il sito dal telefono e rifiuta i cookie. Il menu si apre? I pulsanti funzionano? Poi rifai la prova accettandoli.
- Chiama il numero di telefono scritto sul sito. Squilla dove deve squillare?
- Prendi i tuoi tre servizi principali e cerca di indicare l’indirizzo della pagina dedicata a ciascuno. Ce l’hanno tutti e tre?
- Cerca il tuo nome su Google dal telefono. Cosa compare per primo: il sito, la scheda, un concorrente?
- Guarda la tua home come se fossi un estraneo e conta in quanti secondi capisci cosa vendi e a chi. Se sono più di cinque, è troppo.
- Controlla se hai accesso a Search Console. Se non sai cos’è, la risposta è no.
- Verifica a nome di chi è intestato il dominio. Basta cercare «whois» seguito dal tuo indirizzo su un servizio pubblico di consultazione, oppure controllare a chi arriva l’email di rinnovo.
Se li passi tutti e otto, il tuo sito sta meglio della maggior parte di quelli che vedo. Se ne saltano due o tre, non è un disastro: sono tutti problemi che si sistemano, e nessuno dei cinque richiede di rifare il sito da capo.
Se vuoi una risposta scritta invece di un sospetto
Faccio un’analisi gratuita del sito e ti mando entro 48 ore lavorative un documento scritto a mano sul tuo caso: cosa non va, in che ordine conviene metterci mano, cosa puoi fare da solo. Non chiedo nessun accesso e non c’è nessun impegno — se poi decidi di fare da solo, il documento resta comunque tuo.
Se invece il sito è arrivato al punto in cui sistemarlo costa più che rifarlo, ne parliamo nella pagina sulla realizzazione di siti web a Cagliari, dove trovi anche da quanto si parte. E se hai un WordPress che vuoi imparare a gestire da solo, la guida che ho scritto è gratuita.
Domande frequenti
Come faccio a sapere se il modulo di contatto del mio sito funziona?
Provalo in finestra anonima e da telefono, non da computer con la sessione già aperta: molti malfunzionamenti colpiscono soltanto i visitatori nuovi e restano invisibili al proprietario. Compila con dati veri e verifica che l’email arrivi, controllando anche la cartella spam. Conviene rifare la prova ogni tre mesi, perché un aggiornamento di plugin o un cambio di configurazione della posta può interrompere il recapito senza dare nessun segnale.
Perché è meglio avere una pagina per ogni servizio?
Perché i motori di ricerca mostrano la pagina che risponde in modo specifico alla domanda, non quella che la sfiora insieme ad altre tre. Una pagina «Servizi» che elenca quattro attività in quattro paragrafi non compete con chi ha dedicato una pagina intera a ciascuna. La regola pratica: se per due dei tuoi tre servizi principali non sai indicare l’indirizzo di una pagina dedicata, quel lavoro non è ancora stato fatto.
Il dominio del mio sito è intestato al fornitore: è un problema?
Sì, ed è il problema che produce più danni tra quelli che vedo. Finché il rapporto è buono non ha conseguenze, ma nel momento in cui vuoi cambiare fornitore, o quello smette di rispondere, il controllo del tuo indirizzo internet è in mano a qualcun altro. Il dominio si può quasi sempre trasferire, però serve la collaborazione di chi lo detiene. La domanda va fatta prima di firmare, non dopo.
A cosa serve Google Search Console e come si collega?
È lo strumento gratuito di Google che mostra per quali ricerche il tuo sito compare, in quale posizione media, quante volte viene mostrato e quante volte viene cliccato. Il collegamento richiede una verifica di proprietà del sito, che si fa in dieci minuti caricando un file o aggiungendo una riga nelle impostazioni del dominio. Senza questi dati qualunque valutazione sull’andamento del sito è una supposizione.
Quanto costa sistemare questi errori?
Dipende da quali hai. Il modulo che non recapita, il numero sbagliato e il collegamento a Search Console sono interventi da poche ore. La separazione dei servizi in pagine dedicate e la riscrittura dei testi sono il lavoro più consistente, perché richiedono di decidere cosa dire prima di scriverlo. Il recupero della proprietà del dominio non ha un costo tecnico, ma può richiedere tempo. In nessuno dei cinque casi serve rifare il sito da zero.
