Questa guida è il resoconto di come ho rimesso a posto la mia, negli ultimi mesi, sbagliando parecchio. Non è la solita lista di consigli generici: è quello che avrei voluto sapere prima di cominciare, comprese le tre cose che non stanno scritte in nessuna guida italiana — perché Google ti rifiuta le modifiche dicendoti «identità dell’attività modificata», dove sono finite le Domande e risposte, e perché quella foto di un cancello preso da Street View non si riesce a cancellare.
La cosa più importante: l’ordine in cui fai le modifiche
Se ti porti a casa una sola frase, che sia questa.
I campi della scheda si dividono in due famiglie: quelli che toccano l’identità dell’attività e tutti gli altri. I primi vanno modificati uno alla volta, aspettando l’esito di ciascuno. Gli altri passano quasi sempre e vanno fatti prima.
Toccano l’identità: il nome, le categorie, l’indirizzo, la categoria principale in particolare.
Non toccano l’identità: descrizione, servizi, foto, orari, post, risposte alle recensioni, aree servite.
Ho scoperto questa regola nel modo peggiore. In un pomeriggio ho aggiornato nome e categorie insieme, convinto di essere efficiente. Nel giro di un’ora sono arrivate due email da businessprofile-noreply@google.com: categorie rifiutate alle 14:50, nome rifiutato alle 15:38. Motivo dichiarato: «identità dell’attività modificata».
Il punto è che nessuna delle modifiche era vietata in sé. Era vietata la simultaneità. Un filtro automatico che vede cambiare nome e categorie insieme, su una scheda verificata da anni, legge il pattern come il tentativo di riciclare un profilo esistente verso un’altra attività — che è una frode comune, e Google la blocca prima e chiede dopo.
La conseguenza pratica è controintuitiva: le modifiche che rendono di più — descrizione, servizi, foto, orari — sono anche quelle che passano sempre. Falle per prime. Le modifiche identitarie falle dopo, una per volta, e tra l’una e l’altra aspetta.
Il nome dell’attività: il campo dove quasi tutti sono fuori regola
Le linee guida di Google sono esplicite: il nome deve essere il nome reale dell’attività, quello che usi sull’insegna, sul sito e sulla carta intestata. Non ci vanno parole chiave, servizi, città, slogan, URL. Google scrive nero su bianco che includere informazioni non necessarie nel nome può portare alla sospensione del profilo.
Ora guarda le schede della tua categoria a Cagliari. Ne troverai a decine chiamate «Mario Rossi Idraulico Cagliari Pronto Intervento 24h». Funziona? Un effetto nel riquadro delle mappe ce l’ha, ed è il motivo per cui è così diffuso. È anche il motivo per cui è un rischio latente: finché nessuno ti segnala non succede niente, ma la segnalazione di un concorrente è gratuita e istantanea, e una scheda sospesa si porta via anni di recensioni.
Il compromesso è reale e va deciso in modo consapevole, non per inerzia:
- normalizzare il nome ti fa perdere un vantaggio nel riquadro delle mappe, e non lo recuperi altrove;
- tenerlo com’è ti espone a una sospensione che arriva quando meno serve, di solito quando un concorrente si accorge che stai salendo.
Io consiglio di normalizzare, per un motivo che non è morale: un vantaggio che dipende dal fatto che nessuno ti guardi non è un vantaggio, è un debito. Ma è una scelta che va fatta sapendo cosa si perde, non perché «bisogna rispettare le regole».
Anche la mia scheda ha le parole chiave nel nome. Ho chiesto a Google di toglierle e, a metà ottobre, la modifica non è stata applicata: se la cerchi su Maps la trovi ancora con il nome lungo. È la prova pratica di quello che dico qui sotto: il nome è il campo più lento da cambiare, e conviene metterlo in conto.
Se decidi di cambiarlo: fallo da solo, senza toccare nient’altro, e mettilo in conto che potrebbe essere rifiutato e richiedere un ricorso. È esattamente il caso in cui la regola dell’ordine, sopra, ti salva.
Le Domande e risposte non esistono più (e nessuno te l’ha detto)
Questa mi è costata due giorni di ricerche a vuoto, e vale da sola la lettura dell’articolo.
Tutte le guide alla scheda Google — comprese quelle aggiornate — ti dicono di popolare la sezione Domande e risposte, magari facendoti una domanda da solo e rispondendo. È un consiglio classico da anni.
Quella sezione non c’è più. Google ha dismesso l’API delle Q&A il 3 novembre 2025, dichiarandolo nella propria documentazione per sviluppatori, e da inizio dicembre 2025 ha cominciato a spegnere la sezione pubblica, che nel giro di qualche mese è sparita dalla maggior parte dei profili. Con lei sono sparite anche le domande e risposte già pubblicate.
Io l’ho cercata da desktop, da telefono e con un secondo account, convinto di sbagliare qualcosa. Non stavo sbagliando niente: stavo seguendo istruzioni superate.
Al suo posto è arrivato Ask Maps, la funzione che risponde alle domande sulle attività usando l’intelligenza artificiale di Google. E qui viene la parte che cambia il lavoro, non solo l’interfaccia.
Ask Maps costruisce le risposte pescando da tre fonti: il tuo profilo, le tue recensioni e il tuo sito.
Tre conseguenze concrete:
- Le descrizioni dei servizi sul profilo contano più di prima. Non sono più un campo decorativo: sono testo che un sistema legge per rispondere a chi chiede di te. Un servizio scritto come nome nudo, senza descrizione, non dice niente a nessuno.
- Le FAQ sul tuo sito hanno acquistato valore. Se sul sito rispondi per iscritto alle domande che i clienti fanno davvero, quelle risposte diventano materiale utilizzabile. È il motivo per cui sulle mie pagine di servizio ci sono sezioni di domande frequenti con i dati strutturati corrispondenti.
- Le recensioni diventano una fonte di risposte, non solo un voto. Una recensione che descrive il lavoro fatto vale molto più di cinque stelle senza testo. Questo cambia anche il modo di chiederle — ci arrivo tra poco.
E soprattutto: le tre fonti devono dire la stessa cosa. Se sul profilo dichiari un servizio che sul sito non compare da nessuna parte, stai chiedendo a un sistema di rispondere su di te con informazioni che non trovano conferma. Nel mio caso avevo cinque incoerenze del genere: le ho chiuse tre aggiungendo pagine al sito e due togliendo voci dal profilo.
⚠️ L’incoerenza pericolosa ha una direzione sola: il profilo che promette ciò che il sito non conferma. Il contrario è innocuo. Il profilo è un sottoinsieme dell’offerta, non il suo indice: se sul sito hai nove servizi e sul profilo ne dichiari sei, non c’è nessun problema.
La foto di copertina che non riesci a cancellare
Terza trappola. Apri la tua scheda e in cima trovi una foto sfocata di un portone, di un cancello, di una strada. È l’immagine che Google ha tirato fuori da Street View, e non c’è nessun pulsante per eliminarla.
Non è un difetto dell’interfaccia: non è una tua foto. Le foto che carichi tu si possono eliminare; quella è materiale che Google ha raccolto sulla posizione, non sul tuo profilo. Non ti appartiene, e quindi non la governi.
Il rimedio funziona per sostituzione, non per cancellazione:
- Carica foto tue, che hanno la precedenza su quelle di Street View.
- La categoria decisiva è «Esterno», perché è lo slot che l’immagine di Street View occupa. Se carichi venti foto degli interni e nessuna dell’esterno, il cancello resta lì.
- Se il segnaposto sulla mappa è nel punto sbagliato, correggerlo può cambiare l’immagine associata — ma è una modifica che tocca l’indirizzo, quindi vale la regola dell’una alla volta.
Tre cose che ho imparato caricando le mie:
- JPG o PNG, mai WebP. Il caricamento fallisce senza dirti perché.
- Niente grafiche pubblicitarie. Un’immagine con logo e scritte in sovraimpressione, del tipo che useresti per i social, viene trattata male: la scheda vuole fotografie, non locandine.
- Caricale tutte in una sessione, dodici o quindici. Avevo consigliato ai clienti di centellinarle nel tempo per «segnalare attività»: era un consiglio sbagliato. L’effetto della frequenza è modesto; quello di averne abbastanza subito è certo.
Le recensioni: cosa chiedere, e cosa non si può fare
Le recensioni sono il fattore che più influenza la tua posizione nel riquadro delle mappe, e anche quello che decide se chi ti ha trovato ti telefona. Contano il numero, ma soprattutto la freschezza — dieci recensioni degli ultimi sei mesi valgono più di trenta di cinque anni fa — e le risposte del titolare.
Sulla mia scheda ho poco meno di dieci recensioni con una media di 4,9. Il che significa che il mio problema non è accumulare le prime: è non fermarmi.
Da quando le risposte automatiche pescano dalle recensioni, il modo di chiederle cambia:
Non chiedere «mi lasci una recensione?». Chiedi: «scrivi due righe su cosa ho fatto e come è andata». Una recensione che nomina il lavoro svolto è un pezzo di testo che descrive la tua attività con le parole di un cliente. Cinque stelle senza commento sono un voto, e basta.
E le due regole che non si violano mai, perché sono vietate dalle norme di Google e perché si riconoscono a occhio:
- ⛔ Mai mandare al cliente il testo già scritto. Recensioni troppo simili tra loro vengono rimosse, e quando Google fa pulizia si porta via anche quelle vere. Se il cliente ti chiede «cosa scrivo?», dagli tre spunti — che lavoro era, cosa temeva prima, com’è andata — non un testo.
- ⛔ Mai offrire nulla in cambio. Niente sconti, niente omaggi, niente «ti faccio un pensiero».
Aggiungo una cosa che non riguarda le regole ma il buon senso: non chiedere una recensione a un cliente con cui il rapporto si è incrinato. È un invito a scrivere in pubblico quello che finora ti ha detto solo al telefono.
Gli altri campi, in ordine di quanto pesano
Messe da parte le trappole, ecco cosa sposta davvero il risultato.
La categoria principale
È il singolo campo che determina per quali ricerche Google ti prende in considerazione. Sceglierne una troppo generica ti fa competere con mezza città; sceglierne una sbagliata ti esclude dalle ricerche che contano.
Si sceglie guardando cosa usano quelli che oggi stanno davanti a te, non cosa suona meglio. È un campo da cinque secondi che vale mesi di lavoro.
Gli orari, e la domanda unica per deciderli
Regola semplice: la scheda serve a farti chiamare quando puoi rispondere.
Dichiarare una pausa pranzo ti esclude dal filtro «Aperto ora» per tre ore. Non dichiararla quando in realtà non rispondi ti fa perdere le chiamate a cui non rispondi, che è peggio. Si decide in base a una domanda sola: in quella fascia rispondi o no?
Io ho messo orario continuato 9:00-20:00, perché al telefono rispondo anche tra le 13 e le 16. Non è furbizia: è che è vero.
La coerenza dei dati, ovunque
Nome, indirizzo e telefono devono essere scritti in modo identico sul profilo, sul sito, nelle directory e sui social. Google incrocia queste informazioni per decidere quanto fidarsi che tu esista davvero a quell’indirizzo.
Una precisazione, perché su questo si perde molto tempo inutilmente: le differenze che Google normalizza da solo non contano. «Cagliari» per esteso sul profilo e «CA» abbreviata nei dati strutturati del sito non è un’incoerenza. Contano via, numero civico, CAP, città e telefono. Non inventarti lavoro sulle sigle.
Le aree servite
Se ricevi clienti in sede, l’indirizzo va tenuto visibile. Le aree servite si aggiungono comunque, e vale la pena controllare il selettore invece di fidarsi della memoria: alcune località che daresti per scontate esistono come voce autonoma. Nel mio caso Pirri, che è un quartiere di Cagliari, Google lo propone come località selezionabile a sé.
⚠️ Attenzione a un dettaglio che confonde tutti: sulla scheda pubblica compare una riga tipo «Città metropolitana di Cagliari». Non è un’indicazione delle aree servite: è la riga del Plus Code, cioè delle coordinate. Non significa niente sulla tua copertura.
I post
Un aggiornamento a settimana, anche breve. I profili aggiornati salgono, quelli fermi scendono. È uno dei pochi fattori su cui puoi agire da solo, oggi, senza pagare nessuno.
Le tre regole di metodo che valgono più di ogni singolo consiglio
1. «Modifica profilo» non è la fonte della verità. Il pannello ti mostra quello che hai inviato tu, comprese le modifiche in attesa e quelle rifiutate. Il profilo pubblico può continuare a servire i valori vecchi per giorni. L’unico stato che conta è quello che vede un estraneo: verifica sempre in finestra anonima, sia nella ricerca Google sia in Maps.
Ci sono cascato: da uno screenshot della scheda avevo dedotto che il link puntasse alla home del sito, e ho scritto una raccomandazione basata su quella deduzione. Sbagliata. La scheda Maps mostra solo il dominio, mai il percorso: due link a pagine diverse appaiono identici. La destinazione si verifica cliccando, non guardando.
2. Se una modifica viene rifiutata, si presenta ricorso — e nel frattempo non si tocca altro. Il pulsante «Presenta ricorso» nell’email di rifiuto porta a una revisione umana. Mentre un ricorso è pendente, ogni altra modifica identitaria rischia di essere letta come insistenza.
3. ⛔ Non accettare mai la scorciatoia. In certe email Google suggerisce di «contrassegnare l’attività come chiusa definitivamente e creare un nuovo profilo». Sembra la via rapida per uscire dall’impasse. Non farlo mai: butteresti via una scheda verificata con tutto il suo storico e tutte le sue recensioni, per ripartire da zero e da non verificato. Il rimedio corretto è il ricorso, sempre, anche se è più lento.
Come capisci se sta funzionando
Ultima cosa, e non è secondaria: le statistiche della scheda Google sono separate da quelle di Search Console. Una chiamata partita dal profilo non compare da nessuna parte nei dati del sito, e le visualizzazioni della scheda non sono impressioni organiche.
Vanno lette entrambe. Chi guarda solo Search Console conclude che «non funziona niente» proprio mentre il telefono suona per merito della scheda.
Se vuoi il quadro completo del lavoro che c’è intorno alla scheda, l’ho descritto nella pagina dedicata alla SEO locale a Cagliari. Se invece il problema è il sito che non si trova, si parla di posizionamento SEO, che è un lavoro diverso e complementare.
E se hai una scheda ferma da anni e non sai da che parte cominciare: scrivimi. Guardarla e dirti cosa non va richiede mezz’ora e non costa niente.
Domande frequenti
Perché Google ha rifiutato le modifiche alla mia scheda dicendo «identità dell’attività modificata»?
Quasi sempre perché hai cambiato più campi identitari nella stessa sessione, tipicamente nome e categorie. Un filtro automatico legge quel pattern su una scheda verificata come un tentativo di riconvertire il profilo verso un’altra attività, e blocca tutto. Non è il contenuto delle modifiche a essere vietato, è la simultaneità: vanno fatte una alla volta, aspettando l’approvazione di ciascuna.
Posso mettere le parole chiave nel nome della mia scheda Google?
Le linee guida di Google lo vietano: il nome deve essere quello reale dell’attività, senza servizi, città, slogan o URL, e Google avverte che informazioni non necessarie nel nome possono portare alla sospensione del profilo. Nella pratica molte schede lo fanno e ne traggono un vantaggio nel riquadro delle mappe, ma è un vantaggio che regge finché nessuno ti segnala: la segnalazione di un concorrente è gratuita e una sospensione si porta via anni di recensioni.
Dove sono finite le Domande e risposte del profilo Google?
Sono state dismesse. Google ha chiuso l’API delle Q&A il 3 novembre 2025 e da dicembre 2025 ha iniziato a rimuovere la sezione pubblica dai profili, insieme alle domande già pubblicate. Al suo posto ci sono le risposte generate dall’intelligenza artificiale di Google, che pescano da profilo, recensioni e sito: per questo oggi contano di più le descrizioni dei servizi e le FAQ pubblicate sul tuo sito.
Come si toglie la foto di Street View dalla scheda Google?
Non si toglie, perché non è una foto che hai caricato tu: è materiale di Google sulla posizione e non compare tra le immagini del profilo. Il rimedio è sostituirla caricando fotografie proprie, che hanno la precedenza, curando in particolare la categoria «Esterno», che è lo slot occupato dall’immagine di Street View. Carica in JPG o PNG: il formato WebP non viene accettato.
Quante foto servono e ogni quanto vanno caricate?
Meglio dodici-quindici foto caricate tutte insieme che poche distribuite nel tempo. L’effetto della frequenza di caricamento è modesto, mentre l’effetto di avere una scheda ben documentata è immediato. Servono fotografie reali dell’attività, del titolare e dei lavori: le grafiche promozionali con logo e scritte funzionano male, perché la scheda privilegia le foto vere.
Le visite alla scheda Google si vedono in Search Console?
No, sono due sistemi separati. Search Console misura le ricerche che portano al sito; le statistiche del profilo misurano visualizzazioni, chiamate, richieste di indicazioni e clic dalla scheda. Una chiamata partita dal profilo non compare nei dati del sito. Per capire se il lavoro sta funzionando vanno lette entrambe le fonti.
